Dopo un’estate molto calda, arrivarono le prime gocce di pioggia. Un crepitio leggero e profumato di verde si diffuse in maniera lenta nel bosco bagnando la terra che iniziò a bere e tornò scura, sciogliendosi in morbide pozze di fango. Una formica scendeva frettolosa sul tronco di una quercia. La fila delle sue compagne, puntellata di semi e dei frammenti delle ali di una libellula era ormai lontana e piano piano spariva nei buchi ai piedi del grande albero. La pioggia cadde più forte e allora la formica decise di rifugiarsi sotto la corteccia porosa. Sul volto della quercia si arricciavano nidi di rughe che celavano piccole fessure, un nascondiglio perfetto per ripararsi da un temporale. La formica ne scelse una troppo angusta anche per la lingua appiccicosa di un picchio ed entrò. La prima cosa che sentì fu il respiro della fronda attraversare ogni fibra della quercia e le foglie parevano lamelle sonore da cui uscivano i sussurri del mondo ogni volta che una goccia di pioggia ne toccava una. Capì in quel momento che forse, non era mai stata in grado di ascoltare davvero. Incantata, la formica proseguì. Avvertì poi molto freddo. Fiumi lattiginosi si intrecciavano in cerchi sempre più piccoli in cui scorreva la linfa d’argento. Il cunicolo all’inizio stretto si era allargato e la formica, alzando lo sguardo riuscì a vedere la sommità dell’albero da cui scendevano leggeri, sottili filamenti che parevano neve. Due occhi grandi e gialli fissarono la formica per un istante, il tempo che un gufo lasciasse il suo nido. Dal buco nel tronco, verso l’esterno, si scorgeva un pezzetto di cielo e la formica, per la prima volta lontano dalla sua casa sottoterra, vide le stelle. Proseguì nel cunicolo che si strinse di nuovo. Non c’erano più stelle né linfa, nessuna foglia vibrava al tocco della pioggia ma d’improvviso ogni singola fibra dell’albero iniziò a contrarsi per poi distendersi nuovamente. Fu a quel punto che la formica fu presa da meraviglia. Davanti a lei, silenzioso, batteva il cuore della quercia. Non era chiassoso come quello degli altri esseri viventi ma da cento e più anni era lì, segreto, segnato da ferite asciutte, cristallizzate da preziosa resina ambrata. Era stretto in un abbraccio di esili filamenti cerulei da cui spuntavano piccole foglie di un verde tenero che come flebili baci si appoggiavano alle ferite. La formica si sentì al riparo e dopo avere dormito, tornò indietro e subito trovò la strada di casa. Di notte, nel caldo formicaio, pensò spesso al cuore della quercia. Cercò e cercò ancora la piccola fessura da cui era entrata ma non riuscì a trovarla e il ricordo di quel viaggio divenne solo un sogno.

A tutte le persone che si spezzano invece di piegarsi, perché è dai rami spezzati che nascono foglie nuove.