Sdraiata su terra brulla e pietrosa, profumata di mirto e di elicriso, ho appoggiato un orecchio per ascoltare un segreto. Poi la terra mi ha inghiottita, lentamente, per catapultarmi in una storia diversa di cui potevo sentire tutto: odori, sapori, voci, dolore. Ma soprattutto, i segreti. Lo so è un modo insolito per parlare di un libro ma è quello che mi hanno trasmesso le pagine di “Accabadora”, di Michela Murgia. E’ ovvio che non ci sia bisogno di presentazioni. Un romanzo meraviglioso, straordinariamente intenso che trasporta il lettore in una Sardegna calda e baciata dal sole quanto oscura. Il buio denso come inchiostro prende forma nella figura ancestrale dell’ accabadora Bonaria Urrai che accoglie e cresce come una figlia sua nipote Maria avvolgendola di un amore crepuscolare. Se da un lato le arti di Bonaria ricordano l’attitudine mitica di una Parca, da un altro la donna proietta nella nipote una esigenza di indipendenza tutta femminile estremamente rivoluzionaria. Perchè Maria deve studiare e anche se esistono regole ben precise soprattutto per una donna, deve ragionare da sola. Questa è solo una delle molte sfaccettature di questo prezioso prisma fatto di parole. In ogni singola descrizione ho potuto sentire in maniera vivida i gesti raccontati nel romanzo: la fragranza delle mandorle nei dolci profumati, il fruscio del filo che scorre nella stoffa, il rumore dei passi sulle stradine di pietre, l’odore acre delle vecchie case in cui, dopo avere chiuso le persiane si attendeva l’arrivo dell’accabadora. E poi i ricordi, come quello di un grande amore spezzato dalla guerra. Questo è un romanzo che non si legge, ma si vive.
Sinossi: Perché Maria sia finita a vivere in casa di Bonaria Urrai, è un mistero che a Soreni si fa fatica a comprendere. La vecchia e la bambina camminano per le strade del paese seguite da uno strascico di commenti malevoli, eppure è così semplice: Tzia Bonaria ha preso Maria con sé, la farà crescere e ne farà la sua erede, chiedendole in cambio la presenza e la cura per quando sarà lei ad averne bisogno. Quarta figlia femmina di madre vedova, Maria è abituata a pensarsi, lei per prima, come “l’ultima”. Per questo non finiscono di sorprenderla il rispetto e le attenzioni della vecchia sarta del paese, che le ha offerto una casa e un futuro, ma soprattutto la lascia vivere e non sembra desiderare niente al posto suo. “Tutt’a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fili’e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia”. Eppure c’è qualcosa in questa vecchia vestita di nero e nei suoi silenzi lunghi, c’è un’aura misteriosa che l’accompagna, insieme a quell’ombra di spavento che accende negli occhi di chi la incontra. Ci sono uscite notturne che Maria intercetta ma non capisce, e una sapienza quasi millenaria riguardo alle cose della vita e della morte. Quello che tutti sanno e che Maria non immagina, è che zia Bonaria Urrai cuce gli abiti e conforta gli animi, conosce i sortilegi e le fatture, ma quando è necessario è pronta a entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell’accabadora, l’ultima madre.
Titolo: Accabadora
Autore: Michela Murgia
Edito da Einaudi
pagine: 166












