Concita De Gregorio è una donna che ammiro. Come giornalista innanzitutto e come scrittrice. Passare dall’approccio giornalistico a quello del romanzo non è semplice, è come, in un certo senso, ricominciare a scrivere. Tu che sei abituata a scavare per andare oltre i fatti, ti trovi a scavare dentro te stessa trovandoti a fare i conti con una scrittura più intima che mette alla prova la razionalità con cui si affrontano molti aspetti della professione giornalistica, ma non tutti.

Sulla copertina del romanzo “Di madre in figlia” c’è un murice. Avete mai visto la conchiglia sezionata? Anche questo gasteropode come altri, contiene la “spirale di Fibonacci”. Sicuramente per i matematici ha una valenza diversa da quella che posso darle io che in questa materia sono sempre stata carente, ma la fascinazione della spirale offre spunti infiniti a chi nelle sequenze non trova fasi uguali che si ripetono ma ad esempio, legami che tornano, puntualmente.

Esiste nelle persone una memoria ancestrale? Un grande contenitore di sentimenti, eventi tragici, sogni e passioni che come una capsula del tempo rimane sepolto e poi riaffiora i maniera inaspettata in alcune persone di generazione in generazione? Secondo me sì e arrivo al libro. Le donne di questo romanzo, una nonna sua figlia e la nipote sono legate da una storia familiare stratificata che parte addirittura da una generazione prima. Alcuni momenti che dal passato tornano ad incidere profondamente il presente si percepiscono con chiarezza ma altri restano sfumati come momenti di passaggio e di profondo cambiamento nella vita delle protagoniste. Non serve sapere tutto, anzi. Sono le ombre a dare spessore alla narrazione, una storia permeata d’amore che però non sempre diventa cura. Trovo che questa visione sia estremamente onesta.

Poi c’è l’isola che diventa una dimensione a volte senza tempo in cui episodi del passato anche tragici, si sovrappongono a quelli presenti annullando i meccanismi che portano ad avere una visione razionale di fatti che scalpellano il presente. Come scrivo spesso, qui sui Diari si parla di un libro come lo si farebbe appunto sulla pagina di un diario, senza la pretesa della recensione, ma per il piacere di raccontarmi. Sì, perché con i libri in un certo senso ci raccontiamo sempre e in questo romanzo ho ritrovato molte cose di me. Buona lettura

Sinossi: Ciò che ti isola ti salva, è la vita che ti mette in pericolo. Marilù abita in cima a un’isola: sotto c’è il villaggio, in mezzo il bosco e infine la radura con la sua casa, dove nemmeno i frequenti incendi estivi possono raggiungerla. È una donna che affascina ma un po’ spaventa, perché porta con sé il fatto di essere stata molto libera negli anni più liberi del secolo scorso, gli psichedelici Settanta. Fin troppo, pensa sua figlia Angela, che sente di averne ricevuto soltanto trascuratezza. Ora Angela si trova costretta a malincuore ad affidarle per tre mesi la figlia Adelaide – che si fa chiamare Adè –, adolescente tanto attiva in Rete quanto insicura nel mondo e nel proprio corpo. In questa lunga estate nonna e nipote si ritrovano insieme dopo dieci anni, si conoscono e si riconoscono, mentre la madre irrompe con telefonate ansiose sul fisso di casa perché, come primo gesto, Marilù ha requisito il cellulare alla ragazza. Per Adè la vacanza non potrebbe cominciare peggio, invece a poco a poco diventa un’avventura. C’è un segreto di cui la nonna non vuole parlare, qualcosa che riguarda la sua storia familiare, la linea femminile che la precede – sua madre, farmacista in un paesino del Sud, e la madre di sua madre, una guaritrice che è finita a vivere in un convento. Un’antica colpa in questa storia senza colpevoli. Sul delicato confine fra amare, proteggere e lasciare andare, fra prendersi cura e avvelenare, le tre, di madre in figlia, provano a capirsi. Ciascuna ha agito con le migliori intenzioni, anche se a volte il rancore, il dolore, l’amore accecano. Concita De Gregorio intreccia tre generazioni, tre epoche della storia e tre stagioni della vita nelle voci di Marilù, Angela e Adè: subito così vere, così vulnerabili e vive da risuonare immediatamente intime. Un farmaco è veleno o salvezza. Ogni cura lo è. Anche l’amore: può soffocare, condannare o liberare. La giusta misura. Il calibro. Le dosi. Quanto di quanto somministrare. Quando. È tutto qui.

TITOLO: DI MADRE IN FIGLIA

AUTRICE: CONCITA DE GREGORIO

EDITO DA FELTRINELLI

PAGINE: 144