A Belvedere

Se dicessi a molti di Noi Sabaudiani:
“ci vediamo in via Umberto I” , credo che pochi capirebbero al volo il luogo di incontro. Via Umberto I è stata e sarà per sempre Belvedere.
Per tutti.
È un viale che parte da sotto la torre civica, simbolo della nostra città, lasciando a sinistra Piazza del Parco lì dove resiste ( si, ho proprio scritto resiste) la grande fontana dei cerchi, la pista di pattinaggio ed il piu recente Monumento ai Caduti.
Il viale è alberato a pini
quasi centenari e procede in discesa verso il Lago. Una serie di aiuole centrali lo dividono per i sensi di marcia. L’allineamento con il portico della piazza è perfetto; il viale ne è prolungamento naturale.
Nel primo tratto attraversa i giardini pubblici dividendoli in due aree distinte, nel secondo tratto, dopo essersi incrociato con l’anello stradale originario che circondava il centro Città , scende ancora lasciando a destra il grande prato di Campo di Marte ed a sinistra la bellissima zona residenziale a ville di via Napoli.
Il viale termina con un ampio marciapiedi trasversale arredato con panchine, il corrimano originale di fondazione ed una scalinata che porta al vecchio pontile sul Lago.

La scena che si profila è pura magia. Una terrazza che riempie il campo visivo di bellezza.
Ho sempre goduto di questo posto ed ho imparato a coglierne tutte le affascinanti ed incantevoli prospettive. Immagino spesso lo stupore che può provare chi provenendo, per la prima volta, dal porticato del Bar Italia e dell’Hotel, scopre passo dopo passo, circondato dal verde, quel proscenio con lo scorcio sul Lago.
Per noi era un punto di incontro e come sempre di giochi. I prati dei giardini rasati perfettamente erano i nostri campi di calcio e per un periodo anche di baseball, il manto stradale sconnesso dalle radici dei pini era un circuito di ciclocross e tutto l’insieme era la sede perfetta per i 3000 siepi nostrani.
Il pontile era ovviamente la nostra piattaforma per i tuffi.
Passavamo pomeriggi interi e mattinate festive su e giù per quel viale trovando riposo sia sugli scalini della fontana e del municipio sia sulle originali panchine in ferro e legno poste all’ombra delle alberature ai lati del viale.
La zona allora non era isola pedonale ma poche erano le autovetture che la percorrevano. I residenti fissi delle ville erano pochissimi molti invece erano i nostri amici, romani-sabaudiani, che vi soggiornavano per l’intero periodo estivo. Ricordo il geometra Corradi che andava a piedi al lavoro con la sua cartella, il dott. Mariorenzi, il
Sig,. Pozzuoli ed infine il mio preferito, il dott. Bartolini, per il suo Citroen ds Pallas verde metallizzato…. la macchina dell’ispettore Ginko, acerrimo nemico di Diabolik.

Non eravamo ancora quattordicenni e l’acqua era il nostro habitat. Ovunque ci trovassimo ne ricercavamo il contatto.
Il pontile diventava perciò inevitabilmente la nostra piattaforma e trampolino olimpico. L”acqua come detto era ancora limpida, si vedeva chiaramente il fondo e branchi di cefalotti animavano lo specchio di lago sotto il pontile.
La temperatura mai troppo fredda e la superficie sempre calma, insomma il paradiso dei tuffi. Bombe, capriole ed il
professionistico carpiato.
La piattaforma era lì, naturale, il trampolino si otteneva invece con una palanca robusta inserita “a leva” fra il tavolato del pontile. Tutto ciò accadeva in giornate cosiddette calme non certo di domenica e festivi quando prima di ogni cosa c’era la messa.
Quella domenica di primavera, era tempo di cresime, e la messa mattutina era stata anticipata per l”arrivo del Vescovo. Noi pertanto ci trovavamo alle 9.30 già benedetti giù a Belvedere. Eravamo in parecchi ma la mancanza di qualcuno si faceva sempre notare. Tutti partecipavano ed ognuno aveva il suo ruolo nel gruppo. Erasmo (lo chiamerò per soprannome) non arrivava e chiaramente lo avevamo notato. Mentre si facevano ipotesi a giustificazione, vedemmo all’ altezza di villa Cassinari una figura di ragazzo ben vestito che veniva in giù a piedi. Giacca e pantalone lungo (un evento), un completo color pesca. Così lo definì Erasmo quando gli chiedemmo il colore. Era impacciato nei movimenti, come lo sarebbe stato chiunque di noi con quell’abbigliamento comunemente etichettato
“in giacca e cravatta”, ma aveva voluto incontrarci anche per poco, perché dopo avrebbe dovuto partecipare ad una cresima con i genitori.
Eravamo tutti sulla terrazza quando vedemmo arrivare un kajack dal braccio della Marina Militare. Riconoscemmo subito Franchino Corazzari uno di noi che già da qualche mese vogava per i militari.

Era bravo, procedeva sull’acqua sciolto e veloce con movimento di pagaia ritmato e soprattutto in perfetto equilibrio.
Lo chiamammo a gran voce e lui si diresse subito verso noi mentre che ci precipitavamo dalla scalinata sul pontile.
Attracco’ affiancando alla testa del pontile, si tolse il gonnellino paraschizzi e con un movimento repentino si alzò sulla canoa e sali’ sul pontile con noi.
La canoa era bellissima, in legno lucente color cuoio e le forme sinuose ne esaltavano il profilo filante. Tutti eravamo entusiasti e curiosi del mezzo e della pagaia e chiedevamo a Franchino come avremmo dovuto fare per arrivare al suo livello. Ci spiegò che la cosa non era così semplice, c’era bisogno di grande equilibrio e molto allenamento.
Erasmo non si dimostrava convinto della difficoltà ….. chiese a Franchino di poter provare asserendo che era in grado di vogare tranquillamente…. Cercammo di farlo desistere ma nello stesso tempo era partito lo sfotto’ sulla sua incapacita ad affrontare la prova. Fu così che Erasmo si tolse semplicemente la giacca e si avvicinò alla canoa, entrò deciso con ambedue i piedi nel pozzetto e si sedette sul seggiolino. era entrato in modo tranquillo ed con una certa decisione si era seduto.
Era in canoa; con una mano si appoggiava al pontile e con l’altra chiedeva di passargli la pagaia e così facemmo.
Afferrò la pagaia con le due mani e la portò trasversalmente di fronte a lui cercando equilibrio.

Ci chiese di allontanarlo dal pontile con una leggera spinta in modo da essere pronto a dar il primo colpo di attacco con la pagaia.
Così facemmo e lui, appena fu a circa un metro dal pontile, mosse la pagaia per il primo colpo in acqua. Vedemmo la pagaia affondare nell’acqua ed automaticamente Erasmo la segui ribaltandosi completamente a sinistra.
Alcuni di noi erano sdraiati sul pontile ridendo altri si piegavano tenendosi la pancia era uno sbellicarsi generale mentre Erasmo emergendo dal lago spingeva canoa e pagaia verso pontile. Quando sali sul pontile era fradicio, grondava acqua, ma si infilò le scarpe e riprese la giacca.
Come sempre ad un guaio se ne abbina subito un secondo.
Era infatti arrivato il fratello maggiore del nostro che lo stava cercando per portarlo alla funzione. Lo prese e lo accompagnò via e non sapremmo mai come Mario andò alla cresima. 

(Ringraziamo Marcello Pastore autore del racconto per avere condiviso questa splendida storia con noi)

2021-02-09T14:01:16+00:00 February 9th, 2021|I racconti del caminetto|

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