Profumo di lavanda

di Iunia Valeria Saggese

Mi chiamo Lupe Mar Alvarez Navarro e vengo da Ronda, un’antica città andalusa sospesa su alte rocce a strapiombo nell’entroterra della provincia di Malaga.

Il mio bisnonno era un torero e mia nonna, sua figlia, mi raccontava sempre che da bambina entrava di nascosto nella sua stanza, apriva l’armadio e indossava la giacca del traje de luces, che ai suoi occhi era l’indumento più prezioso del mondo.

“Raccontami del traje di tuo padre” le chiedevo io. E lei raccontava sempre la stessa storia, che metteva la giacca di seta cucita con fili d’oro e d’argento, poi la montera e la coleta che gli aveva donato la bisnonna e mi descriveva l’ultima vittoria nell’arena, il trionfo di fazzoletti bianchi che la folla sventolava in segno di gradimento, il bisnonno sudato che ansimava come il toro prima di esalare il suo ultimo respiro.

“È così Lupe” mi diceva la nonna,“il torero e il toro tengono gli stessi battiti e lo stesso respiro per qualche minuto, prima che l’uno o l’altro muoia”.

E venne il giorno anche per il bisnonno, aveva solo trentuno anni, l’ultima cosa che sentì furono le corna dell’animale piantarglisi nella coscia e bucargli l’arteria femorale. Morì dissanguato ma la nonna diceva: “Se ne andò senza lamenti, occhi negli occhi col toro, lo sguardo fiero. Ha sentito quel ritmo, tum tutum tutum… fino nelle viscere, provando pena per quell’animale che qualcun altro avrebbe matado al posto suo, senza averci lottato. Non è così che si muore”.

Non capivo quello che diceva la nonna, “non è così che si muore”, restavo in silenzio a figurarmi il possibile significato delle sue parole finché non arrivò l’ultimo giorno anche per lei.

Avevo dieci anni, le stringevo la mano nella sua stanza al secondo piano nel lato sud della casa. Le persiane erano accostate sul balconcino ad archi abitato dalle sue piante di lavanda e le cicale cantavano mentre si faceva sera.

Nel semibuio di quella stanza, il colore plumbeo del suo viso non si percepiva più, ne indovinavo appena i lineamenti e contavo i suoi respiri, che si facevano sempre più deboli e lunghi.

Mia madre preparava la cena mentre papà rientrava velocemente da Malaga, avvertito dell’improvviso peggioramento della nonna.

C’ero solo io lì con lei, noi due sole ed io contavo: uno due tre… fino a dieci e ricominciavo da capo, contavo i suoi respiri, uno due tre quattro… finché arrivai a cinque e mi arrestai, la nonna girò il capo verso di me, spalancò gli occhi ed io ebbi paura ma la morte fece così con lei, le fece spalancare gli occhi, poi le concesse di rivolgermi un ultimo sorriso prima di portarsela via.

Poco dopo arrivò papà, non avevo mai visto piangere mio padre, quella fu la prima volta.

Dopo aver stretto la nonna in un lungo abbraccio, aprì le persiane e un’aria calda e profumata ci investì all’istante, lui mi guardò asciugandosi le lacrime: “Senti Lupe, lo senti il profumo di lavanda? Che sia sempre così l’odore del giorno in cui i tuoi cari ti lasceranno”.

Era la prima volta che vedevo morire qualcuno e da allora in poi, ad ogni funerale, grazie alle parole magiche che recitò mio padre, io continuo a sentire quell’odore, l’odore della lavanda di nonna Angeles.

(dalla rubrica La quarantena del rospo)

 

Nota dell’autore: questo breve testo è parte di un manoscritto che da tempo vuole diventare un romanzo, tuttavia dovrà attendere ancora, perché ci sono altre storie in coda. Prossimamente vi darò notizie che vi piaceranno se avete apprezzato la mia voce. Per ora sappiate solo che i Diari di palude portano fortuna…

2020-04-27T14:34:48+00:00 April 27th, 2020|Chinina|

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