Una lettera dal futuro

di Iunia Valeria Saggese

Ho undici anni e mi chiamo Fortunato, perché mamma dice che sono nato in una città che è sotto una buona stella. La mia città non è sempre stata così, il nonno spesso me lo racconta. E ieri ho fatto un incubo: chiudevano Sabaudia in una bolla e ci mandavano indietro nel tempo. All’improvviso c’era ancora il ponte sul lago, non c’erano più i battelli che portano le persone da una riva all’altra. Sulla riva del lato mare non c’erano più le scalinate colorate per risalire la duna e raggiungere la strada. Erano spariti anche i tuk tuk che portano i visitatori in giro e i bus scoperti a due piani con i turisti che ascoltano la guida agli auricolari.

L’Hotel Ciné in Piazza del Comune era chiuso e abbandonato, proprio come ai tempi del nonno. E il Teatro Nuovo chiuso e abbandonato anche quello. Io so, perché nonno me lo ha raccontato, che si chiamava Cinema Augustus quando lui era giovane, e prima ancora Cinema Savoia, questo era stato il suo primo nome.

La Corte del Comune era chiusa sul retro, era sparito il Centro Studi del Mare e della Costa con il laboratorio di biologia marina, al suo posto c’era il vecchio Museo Greco. I giardini erano diventati erba ed alberi, non una parete di verde verticale, non un’esperienza sensoriale, non un’installazione luminosa, via tutto.

Non c’erano neanche le sculture sotto al mare della Fondazione Abissi, praticamente il motivo per cui vengono migliaia di subacquei da tutto il mondo.

Non si festeggiava più niente, né il Mese della Musica (non c’erano più musicisti agli angoli delle strade a fare musica dal vivo), né la Festa del Raccolto a Campo di Marte, che ora appariva una grande macchia di terra ed erba selvatica.

Piazza del Comune era una distesa di asfalto sotto al sole e Piazza Santa Barbara era tornata ad essere una pista di piastrelle bianche e nere, inanimata e illuminata da lampioni gialli squallidi e tristi. Non c’era più Covent Garden! Piazza delle Palle la chiamavano, perché era un luogo offeso abitato solo da noia e desolazione.

Nel mio incubo insomma, la città era solo un agglomerato primitivo di case in mezzo alla boscaglia.  La vita, i colori, le cose belle: tutto sparito. Nient’altro che natura selvatica, e gli abitanti come animali del bosco a vivere giorni scanditi dai bisogni primari del mangiare, dormire, riprodursi.

Per fortuna mi sono svegliato! Ho raccontato il sogno a nonno e gli ho chiesto perché non se ne era andato da quel posto dove non c’era niente. E lui mi ha risposto: “Perché dove manca tutto, c’è tutto da sognare”. Ed io ho pensato che deve essere un po’ come scrivere un tema, all’inizio non sai esattamente cosa scriverai ma sai che sarai tu a decidere come andrà a finire.

Sabaudia, 26 ottobre 2050

 Fortunato, classe I C

(grazie a Zakk per l’elaborazione della foto)

 

2020-04-15T13:43:07+00:00 April 15th, 2020|Calderone|

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