Il segreto del signor Holmes

di Iunia Valeria Saggese

Lo incontro nella sua casa di campagna appena fuori Londra, a metà gennaio, poco prima che il problema cinese diventi un problema italiano e poi di tutto il mondo.
Suono il campanello mentre fisso la piastra d’ottone a destra del portone, con incise le sue iniziali: S.H.
“Un’abitudine obsoleta quella di segnare il domicilio con il proprio nome, perlomeno qui in campagna, dove tutti conoscono tutti”. Dice così il signor Holmes, facendo un largo gesto con la mano a pregarmi di entrare, con un fare decisamente british, avvolto in una vestaglia da camera di velluto rosso, un vezzo d’altri tempi.
D’altronde il signor Holmes è un uomo d’altri tempi, in tutto e per tutto simile al suo bisnonno.
Ci accomodiamo nel salotto, avvolto in un forte odore di pipa. Una bella biblioteca in mogano veste tutto il perimetro della stanza, lasciando intravedere di tanto in tanto l’intonaco blu pavone delle pareti. E poi tappezzeria di pregio, fucili esibiti come trofei e ritratti di famiglia, un ambiente country con una spiccata nota alto-borghese.
“Sono una grande lettrice delle avventure del suo bisnonno” comincio io, ma lui solleva subito una mano piegando la testa, chissà quante volte deve aver sentito quelle parole, così mi mordo un labbro per l’imbarazzo.
“Cosa mi dice del virus?”
“Come, signor Holmes?
“Il virus! Non è qui per questo?”. Io resto in silenzio, non sono lì per quello ma il fatto che lui me lo chieda chiaramente mi fa pensare che ci sia un motivo valido per essere lì per quello, così cerco di tenermi a galla:
“Preoccupante” replico in maniera generica, d’altronde non so dove andare a parare.
“Può ben dirlo” fa lui. “Vede, mia simpatica amica, a breve i primi Paesi europei verseranno in gravi condizioni sanitarie ed economiche mentre temo che l’Inghilterra, Dio salvi la Regina, continuerà a mangiare fish and chips guardando all’emergenza mondiale come si guarda un film al cinema”. Io resto in silenzio e lui continua: “Nessuno potrà dirsi salvo, chi adotterà le misure necessarie in ritardo pagherà il prezzo di molte vite umane”.
“Ma è terribile, come fa ad essere così… distaccato?”
“Le città, a causa dell’affollamento, saranno le prime a cadere. Io ringrazio il vecchio Sherlock” dice indicando il ritratto del bisnonno “che in vecchiaia optò per questa modesta sistemazione fuori dalla mischia della city, così oggi, forse, la sua scelta mi consentirà di salvare la pelle, mi perdoni il linguaggio”.
“E cosa dovremmo fare?”
“Scrivere, mia cara, e tenersi pronti con un buon bicchiere di scotch in mano. Se la morte busserà, avremo lasciato nero su bianco le nostre idee e saremo sbronzi abbastanza da non fare scenate”. La risposta mi suscita un risolino, va da sé che è metà gennaio, l’epidemia è una notizia dagli esteri, così come si parla della guerra in Siria o della fame nel mondo.
Insomma, tutti sanno che il signor Holmes è il signor Holmes.
Cerco di portare la conversazione ad un livello più stimolante perché le previsioni apocalittiche non mi entusiasmano, così chiedo:
“Che farebbe il vecchio Sherlock?”
“Se le dicessi che si farebbe una fumatina e uno scocth resterebbe delusa?”
“Credo di no” rispondo io. Lui sorride mentre il camino scoppietta. C’è appunto un enorme camino nella stanza, così imponente che è a tutti gli effetti il terzo interlocutore, quando io e Holmes rimaniamo in silenzio, lui scoppietta.
“Cosa posso fare per lei?”
“Sono qui per sapere…” prendo tempo, quello che sto per dire ha del ridicolo, “sono qui per sapere cosa non ha ancora mai raccontato del suo bisnonno”.
“Un segreto, amica mia?” io sorrido con sicurezza, mi brillano gli occhi. E magicamente vedo spegnersi in lui ogni ironia e scetticismo, come se comunicasse con qualcos’altro o qualcun altro, ma guardando me, insomma come se mi conoscesse.
“E così è arrivato quel giorno…” dice lasciando la frase a metà.
“Quale giorno, signor Holmes?”
“Il giorno che ogni essere umano aspetta tutta la vita: il momento di affidare a qualcuno i propri segreti”. I suoi occhi si fanno appuntiti come spilli, posso avvertire le sue connessioni neuronali fare scintille per l’elettricità dei movimenti. Mi sento un po’ a disagio, il signor Holmes sembra un predatore che sta per tuffarsi sulla sua preda. Non dovrebbe sentirsi piuttosto predato?
La luccicanza, così l’ha tradotta qualcuno, ecco in lui si è accesa una luce sinistra, ed è tutta fatta di vibrazioni, impalpabile, eppure si propaga come onde sonore fino a raggiungermi infrangendosi contro tutto il mio corpo. Non sono più sicura di sapere cosa stia accadendo tra me, il signor Holmes, e questo camino che ora avvampa come risorto dalle braci.
“Dice di voler conoscere un segreto ma è pronta per conoscere un segreto?” Alzo le spalle con una smorfia indecifrabile del tipo “certo che sì però vacci piano”.
Lui, incurante, pronuncia queste parole:
“Conan Doyle non esiste”.
“Doyle? Arthur Conan Doyle? Colui che rese famose le investigazioni di Sherlock Holmes?”
“Lo inventò il vecchio Sherlock, pensò di inventare un creatore…” mi guarda malizioso “…ed ora cosa pensa di farci con questo segreto?”
“Proprio niente, signor Holmes, andrò a Baker Street, dirò una preghiera per entrambi e tornerò a casa”.

(dalla rubrica La quarantena del rospo)

Nota dell’autore: il primo racconto di Sherlock Holmes fu pubblicato su una rivista di poco conto e risultò un fiasco. Conan Doyle non si arrese e cercò di pubblicare ancora, ma il successo non arrivò che con il terzo, quarto episodio del celeberrimo investigatore. Una curiosità: la famosa frase “Elementare, Watson” non compare in nessun testo di Conan Doyle, è pertanto un’invenzione da addebitare alle trasposizioni teatrali e cinematografiche.

(Foto di shell_ghostcage da Pixabay)

2020-04-13T15:25:43+00:00 April 13th, 2020|Calderone|

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