Un mojito a “La bodeguita”. (Dialoghi con il vecchio…)

di Iunia Valeria Saggese

 

“Hola Pedro, il solito”.

“Come stai amica mia? Aspetti qualcuno?”

“Sì ma tu intanto portamene uno, ho la gola secca”. Il mojito neanche mi piace ma qui devo prenderlo, è per onorare la sua memoria, di Ernest.

“Eccoti servita, come mio nonno lo faceva a lui!”

“Ti piace lui, vero?”

“Claro, si chiama come il nostro Comandante!” e così dicendo Pedro assume la posa della buon’anima di  Ernesto Guevara”. Insomma per chi non lo avesse ancora capito, mi trovo in uno dei bar più famosi dell’Avana, dove Hemingway prendeva la sua medicina: “My mojito in La Bodeguita, my daiquiri in El Floridita” diceva. E sia, bevo alla sua memoria e alle sue pagine. Ma poi, eccolo, proprio quando inizio a scrivere con un carboncino di fortuna su carta di fortuna, che mi ha rimediato il figlio di Pedro, sei anni.

“Sei già avanti” mi dice guardando il mio bicchiere.

“Uno anche per te?”.

“No ti ringrazio, voglio essere lucido quando arriverà il momento”. Alzo un attimo lo sguardo su di lui e lo ripiego sui miei appunti:

“Dunque, funziona così: io ti faccio qualche domanda, tu rispondi come ti viene, d’istinto, non pensarci troppo sennò l’intervista risulta artefatta, mandi tutto a puttane, capisci?”

“Capisco” replica, e lo sento che è un condannato a morte, le sue vibrazioni sanno di morte anche se è ancora lì con me, vivo e vegeto, mentre le emana.

“Bene, cominciamo”, lui fa un lungo respiro come se dovesse andare in apnea, “è il 10 luglio 2020, sono le 15.30 all’Avana e sto con il vecchio, come ti senti?” dico io nel registratore vocale.

“Come se tutto questo non stesse accadendo, insomma ho la sensazione che mi sveglierò domani e sarà tutto come prima”.

“Ma sai che non è così…” lui chiude gli occhi per un momento, sconfitto. “Quali sono i tuoi pensieri ricorrenti?”

“Penso alla pena di morte, è ovvio! Impiccagioni, ghigliottina, sedia elettrica, che nostalgica carrellata, vero? Ma ora no, ora c’è questo…” la frase rimane per aria, tanto sappiamo di cosa stiamo parlando.

“Hai rimpianti?”

“Come potrei averne, ne ho combinate delle belle…”

“Già, ne hai combinate delle belle!” ripeto io lentamente fissandolo, mi viene spontaneo cavalcare il suo sarcasmo, “come immagini la vita che verrà?” Lui stringe la testa nelle spalle:

“Migliore?” dice, che significa: non mi interessa tanto io non ci sarò più.

“Se dovessi lasciare un messaggio a chi verrà dopo di te…”

“Non saprei, il fatto è che l’insieme delle cose è formato da singoli elementi, insomma sono le persone a formare i gruppi e i gruppi a formare la società, allora cosa dovrei dire a ognuno di loro: fate i bravi? Beh sì, è proprio quello che voglio dire: fate i bravi”.

“Come sei arrivato alla tua età? Intendo che è incredibile!” Lui allarga le braccia:

“Mi sono dimenticato di morire”. È proprio così che mi ha risposto il vecchio mondo, poi si è messo il cappello, ha girato i tacchi ed è sparito per sempre. Questa è stata l’ultima volta che l’ho visto.

 

Nota dell’autore: se non siete schizzinosi e siete già stati a Cuba (solo se ci siete già stati!), potrebbe essere interessante “Trilogia sporca dell’Avana” di Pedro J. Gutiérrez, che racconta la Cuba degli anni Novanta, tra miseria e sesso, sesso e miseria, ma vi avverto che è una trilogia davvero sporca! Perché ve ne parlo? Ho trovato (ahimé) in questo racconto tanta verità, per quello che ho potuto capire e vedere di Cuba con i miei occhi nei primi anni Duemila.

Se volete il mio parere, quell’isola è una strega: vuole lasciarti addosso nient’altro che i sorrisi a mezzaluna, la musica e i corpi della gente, i loro movimenti quando qualcosa suona. Oh no, non pensateci neanche per un momento che si tratti di ballare, la danza è roba seria per questi abitanti, che soffrono, ridono, si corteggiano, fanno l’amore, quando qualcosa suona. E così trovano la forza di vivere quando tutto è silenzio, sempre che esista per loro il silenzio.

(dalla rubrica La quarantena del rospo)

2020-04-07T18:01:03+00:00 April 7th, 2020|Calderone|

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