Canto di Natale 2020

di Iunia Valeria Saggese

Ogni anno, sei settimane prima di Natale, Charles Dickens mi appare in sogno. Quest’anno però ha anticipato.
“Sei già qui, Charles?” dico io mentre dormo.
“Te l’ho detto, non ti lascio in pace” risponde lui.
“Senti Charles, questa cosa che tu vuoi non so se può funzionare. Il tuo Canto è un monumento per me e per tutti”.
“Non dire scempiaggini, i buoni libri sono fatti per essere superati”. Io resto in silenzio.
“Che fai resti in silenzio? Fidati di me, conosco il mondo, bambina, e conosco pure l’altro mondo che inizia quando finisce il respiro”.
“Puoi…”.
“Non cominciare, non ti dirò niente della vita dopo la morte. Mi vedi, mi senti: non ti basta?”
“Vieni al punto, Charles… come se non lo conoscessi il punto”.
“Va riscritto, va fatto”, dice lui pensieroso facendo avanti e indietro nel mio salotto, “la solitudine al posto dell’avarizia. Un bambino che salva il matrimonio dei suoi genitori…” mentre fa avanti e indietro riesco a seguire i suoi pensieri, “per poi scoprire che…”.
“E’ Gesù bambino! Lo so Charles, me l’hai detto un sacco di volte”. Lui si ferma e mi guarda:
“Allora scrivi, per la miseria! Hai un brutto carattere, lo sai?”
“Ci risiamo, adesso inizia la ramanzina sul carattere. Non è questo il modo di prendermi”.
“E allora qual è?” fa lui in modo teatrale, abbandonandosi sul lampadario.
“Devo sentirla mia questa cosa, non posso scrivere sotto dettatura”.
“Ma è tua, lo è!” rincara lui intravedendo un cedimento. “Io ti sto solo incoraggiando”.
“Beh sì, forse è così”.
“Forse? Non sei stata tu a venirmi a cercare con questa ideucola, piccina?”
“E’ successo molti anni fa, non sono più piccina”.
“Vuoi sapere cosa penso? L’idea mi è piaciuta e non ti lascerò in pace”.
“Sei un tipo tosto, Charles”. Lui mi guarda e attende, pende dalle mie labbra. “E va bene, lo scriverò”.
“Iuuuh, il vecchio Scrooge va in pensione!”.
“Non dirlo neanche per scherzo, Charles”.
“Oh andiamo, lo sai anche tu che una volta sul mercato i personaggi non sono più dell’autore, proprio come un figlio non è più della madre una volta partorito, è del mondo”. Io alzo le sopracciglia, penso che abbia ragione ma non voglio compiacerlo. Lui se ne accorge e mi batte le mani:
“Brava bambina”.
“Charles, non sono più una bambina”.
“Sì, come vuoi tu” risponde distrattamente. “Allora abbiamo un accordo?”
“Fa’ tu”, dico io lasciando la sua mano protesa verso di me a mezz’aria. Lui non si scoraggia:
“Ci vediamo prima di Natale”.
“Sai, credo che…” mi giro e non c’è più. Non importa, volevo solo dirgli grazie.

Nota dell’autore: si dice che Dickens abbia scritto “A Christmas Carol” in sei settimane, che sia stato dato alle stampe nella settimana della Vigilia e che il giorno di Natale ne fossero state vendute già quasi tutte le copie. Resta uno dei racconti più famosi di tutti i tempi.
L’idea di farne una versione 2020 è una folle impresa nella quale intendo davvero cimentarmi, un’idea che coltivo dal Natale dello scorso anno ed ora questa pandemia mi spingerà forse a rivederne i contenuti, ancora non lo so.
Nulla è più illuminante del dolore per chi genera cose nuove, non mi riferisco tuttavia al dramma, alla tristezza, al lutto, alla sconfitta, alle cicatrici ma a quel patire che è meditazione e contemplazione nelle menti di chi ci ha regalato e ci regala le più belle pagine di letteratura.

(dalla rubrica La quarantena del rospo)

(Foto di Prawny da Pixabay)

2020-03-31T12:30:14+00:00 March 31st, 2020|Calderone|

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