Il giardino di melograni

di Iunia Valeria Saggese

Esiste un posto incredibile molto lontano, tanto lontano che nessuno sa di preciso dove sia, tanto lontano che nessuno osa segnarlo sulle mappe ma c’è, e chi c’è stato mi ha raccontato che è davvero molto lontano e che non saprebbe tornarci.

Si trova ai confini tra due deserti, o all’inizio di quell’altopiano, chi può dirlo di preciso, fatto sta che questo posto nessuno lo trova perché si nasconde, così mi ha detto chi c’è stato.

Malì è vecchio e un po’ matto ma io gli credo, non è l’unico che racconta di questo posto. Mi ha mostrato la prova che c’è stato: un melograno.

“Malì, ma puoi averlo preso ovunque?” ho detto io. Lui ha agitato il suo indice davanti alla mia bocca:

“No no, ogni anno questo melograno avvizzisce ma i suoi chicchi tornano fulgidi e polposi ogni primo giorno di primavera”.

E così io sono rimasta a casa di Malì ad aspettare la primavera, non manca molto, all’incirca una settimana, e intanto Malì racconta.

Adesso però il racconto lo faccio mio e dunque comincio…

Esiste un posto al confine tra due deserti, o all’inizio di quell’altopiano, che non sempre chi lo cerca trova anzi quasi mai, ma a qualcuno è successo, al mio amico Malì è successo. C’è poi chi non lo cerca e lo trova, insomma perché e come questo posto compaia a chi compare è davvero un mistero, fatto sta che una volta tornati non si è più quelli di prima. Che significa questo? Ci arriverò per gradi.

E’ importante sapere che, quando le sabbie d’oro e d’ocra guardano il cielo dello stesso colore, vuol dire che sei vicino, molto vicino, a questo posto lontano.

L’aria giallastra luccica e le nuvole somigliano a flutti di miele e il vento si muove disegnando pennellate dense che vanno dal giallo all’ambra, o magari più scure. Questo mondo fatto di ocra, di giallo e di ambra dura forse una mezz’ora di cammino, dopodiché tutto cambia. Le sabbie lasciano il posto ad un prato erboso sul quale dimorano nove piante di melograni, dai frutti belli maturi. Il cielo qui si specchia e così, incredibilmente, non è altro che un prato erboso con nove piante di melograni a testa in giù. C’è da non crederci e invece è così. Il fortunato viaggiatore si avvicina alle piante, solitamente ha sete ed è affamato, o magari è solo curioso, ma insomma si avvicina sempre, stacca un frutto e lo apre. Lo fanno tutti, me l’ha detto Malì.

A questo punto, il frutto si apre e ne esce un succo rosso ma non è succo di melograno, tutti i viaggiatori lo sanno e confermano, dicono che abbia il sapore del sangue. E’ ferroso, un po’ scuro, un po’ denso come il sangue. Non ci posso credere e invece è proprio così. I viaggiatori raccontano che non sanno come, dopo aver assaggiato il succo si ritrovano a fare il percorso all’indietro ma dentro un tempo accelerato, insomma si muovono come immagini a rewind, il loro percorso si riavvolge come su un nastro finché non si trovano dov’erano un attimo prima di scorgere le sabbie e il cielo gialli, di ocra e di ambra. E non serve a nulla avanzare o indietreggiare, cercare a destra o a sinistra, è impossibile ritrovare quel posto molto lontano.

Ciò che resta al fortunato viaggiatore è il melograno. Qualcuno lo ha persino buttato fino al giorno in cui qualcun altro, conservandolo, ha scoperto che dopo essere avvizzito tornava florido. E tutti gli altri viaggiatori a mangiarsi le mani, ma tutti sanno che quel che è fatto è fatto.

Insomma, aspetto la primavera per veder sgorgare questo succo rosso e sentirne il sapore. Malì mi ha detto che il melograno significa tante cose, è un simbolo potente. Nella Bibbia è uno dei sette frutti della Terra promessa, per gli ebrei contiene tanti semi quante sono le perle di saggezza nella Torah, in alcune parti d’Oriente le spose lo lanciano a terra per contarne i chicchi che ne fuoriescono, che simboleggiano il numero di figli che avranno.

Io ascolto tutto senza perdermi niente e alla fine gli chiedo:

“E tu che ne pensi?” e lui con grande sicurezza mi risponde:

“Il frutto di questo posto lontano è il patto che gli uomini hanno con Dio, finché ci dà da bere il suo sangue il patto tiene” poi fa una pausa e butta gli occhi lontano, “non mi hai fatto la domanda giusta, però”.

“E qual è la domanda giusta, Malì?”

“Cosa succederebbe se smettesse di dare il suo succo?”.

(dalla rubrica la Quarantena del rospo)

(foto di Jim Black da Pixabay)

 

2020-03-27T13:13:54+00:00 March 27th, 2020|Letture dalla Palude|

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