Estratto dal racconto inedito “Chamula ”

di Iunia Valeria Saggese

Arrivai a Città del Messico in una giornata fresca e appiccicosa, di smog e odori estranei. Avrei visto Lalain il giorno seguente, prendendo un pullman che mi avrebbe portato da lui solo dopo un viaggio di tante ore. Il mio albergo non era lontano dal centro così feci quello che facevano tutti gli stranieri, camminai fino al El zocalo, la cattedrale e il Palazzo del Governo. C’era un tipo strano lì fuori, tutto piccolo e storto, che fumava un dente sì e uno no, mi si mise dietro a indovinare da dove venissi e mi raccontò una storia.

“Italia?”. Io annuii.

“Diego” rideva sdentato l’uomo, disegnando un cerchio in aria con il suo indice, piccolo e storto anche quello, “un grande artista, vuoi sapere?”. Il suo accento era pesantemente spagnolo. Io annuii di nuovo.

“Scrivono che Diego”, quel demonio fece il gesto di dare pennellate con gli occhi smarriti e la bocca a uovo “el Palacio” rideva, “ no no no no, no fue el”.

E così vi traduco quello che mi disse. Disse che in una notte di luna piena, Diego lavorava agli affreschi del Palazzo e non riusciva a immaginare niente, niente da colorare su quei muri, come un blocco, un male, il vuoto lo attanagliava. Allora invocò Dio, se mai fosse esistito, di fargli trovare qualcosa, un gesto, un suono, un odore, il sangue dei suoi antenati, per raccontare la storia del suo popolo.

E Dio, che fino ad allora non era esistito, apparve, ma non il suo viso, le sue mani; apparve su quei muri colorandoli uno dopo l’altro, e aveva le fattezze degli Incas del nord e dei Maya del sud, l’odore delle vesti, della loro pelle asciutta, dei loro cavalli e dei cavalli, del sudore e delle barbe degli spagnoli. Sapeva di mais e di fave di cacao, Dio, poi dei gemiti di chi moriva, che odorano di luce e di buio come le prime ora della notte quando arrivano le stelle.

Il sangue correva sui muri come rivoli di cioccolata fino all’acqua dei torrenti, scivolava via e scriveva di quella gente le storie.

“No fue Diego” rideva il demone, “no fue sua la pintura”.

Mi girai verso il Palazzo e di nuovo verso quel messicano storto ma già non c’era più, quel demonio era sparito.

Chi è Diego e qual è la vera storia? Cercate Diego Rivera – Palazzo del Governo- Città del Messico. Ma se devo dirvi la verità, io credo a quel tipo storto.

L’indomani presi il pullman, rassegnato al lungo viaggio.

Lalain diceva che l’avrei ringraziato di non aver preso l’aereo, perché un Paese straniero non racconta nulla a chi va di fretta.

Nel televisorino in alto accanto al conducente, il Messico ostentava le sue bellezze, una videocassetta dopo l’altra, proprio come un pavone che apre la sua coda. Mi addormentai e sognai Frida, El Castillo e Jesus Malverde, il santo dei narcos.

Riaprii gli occhi a Tuxla, il pullman fece una grande manovra a “u” e si fermò, fu in quel momento che vidi Lalain agitare le mani in segno di saluto.

Mi raccontò subito che al Canyon del Sumidero, il giorno prima, un coccodrillo aveva ribaltato una canoa con a bordo due tedeschi ma non li aveva mangiati, disse ridendo.

E poi che a San Cristobal, un gioielliere aveva trovato l’ambra rossa più grande del mondo e non riusciva a venderla perché l’aveva rubata al vulcano Tacanà, dicevano gli indios.

Io, ad ogni modo, dovevo concentrarmi solo sui Lacandòn, disse,  il popolo della foresta. Ero lì per quello e non mi avrebbe anticipato nulla per non rovinarmi la sorpresa.

“Quale sorpresa?”.

“Ogni popolo è proprio come ogni uomo: un uovo di cioccolato, non sai mai cosa ci troverai dentro”.

“E lei cosa ci ha trovato, professore?” chiesi io.

“Ho appena sbirciato” rispose maliziosamente.

Decisi che avrei lasciato fare alla sorte, seguito il vento, come dicevano da quelle parti. E il vento mi portò da loro, da tutti quei denti. Una bocca dopo l’altra, sembravano grotte che contenevano rocce, un’infinità di rocce. Mi chiedevo se quegli indios fossero consapevoli dei sorrisi larghi e delle rocce che avevano in bocca, né grigie né bianche.

Sono così i Lacandòn, sono i denti del Chiapas.

Mi dispiaceva che i più giovani fra loro, gli ultimi Maya, aspettassero i pullman di turisti all’ingresso dei siti archeologici per farsi scattare delle foto, un po’ come gli ultimi pellerossa nel grande circo delle riserve nordamericane, anche se  in Chiapas è meglio.

Questi uomini sono uno strano incontro da fare, sembrano dinosauri addomesticati che sanno di appartenere ad un altro tempo.

A Palenque e altrove sono le piramidi ad attrarli, li chiamano con le voci del loro antico dialetto e i Lacandon tornano ad abbracciare il loro passato.

Ad ogni modo, ecco come e quando è accaduto ciò che ha cambiato per sempre la mia vita.

Prendevo appunti da circa una settimana e Lalain mi disse che l’indomani avremmo visitato un luogo incredibile, dove non potevo fare foto né riprese video. Il fatto mi incuriosì molto, ero eccitato.

Il giorno dopo, prendemmo un taxi e viaggiamo per un’ora abbondante verso est, poi la meta: un villaggio isolato con poche case, qualche cane e una lunga via centrale con degli shop rudimentali per turisti e una chiesa. Fuori da questa c’erano solo bambini di varie età, con addosso abiti infeltriti e consumati, che cercavano di vendere qualche collanina. Non sembravano umani, nei loro occhi leggevo tutta la distanza che ci separava, appartenevano anche loro ad un altro tempo, forse ad un altro mondo, sembravano tanti piccoli demoni. Avevano facce antiche, scure e misteriose, non come a Oaxaca, Tuxla o in altre mete turistiche.

Lalain si muoveva veloce schivando quelle piccole creature ed io dietro di lui. Arrivammo al portone della chiesa, un indigeno di guardia ci fece segno di non scattare e non riprendere, e ci lasciò passare.

Incredibile! Un grande fumo di candele che si squagliavano ovunque riempiva l’aria, non c’era luce dall’esterno, solo fiammelle e moccoli e nuovi ceri che bruciavano a terra, sull’altare, davanti ai Santi lungo i lati della chiesa, dietro l’altare. Ma ecco il punto: i fedeli consumavano cola cola e birra in quantità, seduti per terra, e facevano rutti per cacciare fuori gli spiriti maligni, “per espellere i demoni” precisò Lalain.

Gli uomini debosciati e  ubriachi, le donne tenendo un pollo tra le mani in offerta; dietro l’altare qualche debosciato faceva uscire musica triste dalle corde di una chitarra.

I Santi erano proprio i nostri Santi ma non c’erano banchi né panche in quella chiesa, solo coperte colorate e persone per terra, come in un grande picnic o in una piccola Woodstock. Il fumo delle candele bruciava talmente gli occhi che quasi non si vedeva più quando mi accorsi che piano piano ma in realtà velocemente, le persone uscivano, si muovevano come code di un unico serpente che aveva la testa chissà dove, sfilavano via e all’improvviso io e il professore ci ritrovammo da soli.

Lo guardai e capii che non sapeva cosa stesse accadendo, ci girammo entrambi verso il portone della chiesa giusto in tempo per vedere l’indigeno di guardia che ci veniva incontro. E subito, dietro di lui, altri quattro. Indietreggiammo istintivamente, fu allora che sentii un forte colpo alla testa, poi più niente.

Mi svegliai avvertendo un dondolio, era il mio corpo che oscillava, appeso mani e piedi ad una lunga canna di bambù, davanti a me il povero Lalain aveva subito la stessa sorte. Girai gli occhi verso l’alto, vidi gli occhi scuri che ci trasportavano e intorno la foresta: alberi alti da oscurare il sole con le loro chiome, arbusti e foglie larghe sembravano un unico organismo vivente, un tutto che aveva il cuore in ogni appendice di quel corpo, un cuore che pulsava forte, potevo sentirlo. O forse era solo nella mia testa, erano le mie tempie che pulsavano, avevo un mal di testa atroce.

Gli occhi indigeni intercettarono il mio sguardo e sentii ancora una volta un forte colpo, inevitabilmente persi di nuovo i sensi.

Rinvenni in una capanna che aveva delle fessure strette da cui entrava una luce gialla intensa. Doveva essere pomeriggio. Infilai lo sguardo in una di quelle fessure e vidi due di loro che entravano in una capanna a duecento metri dalla mia. Uscirono un attimo dopo tenendo per le braccia il professore, che urlava e sbavava, sembrava posseduto. Lo portarono al centro di quello che sembrava un campo, un villaggio, a giudicare dalla quantità di capanne disposte in modo circolare. Al centro c’era una grande pietra, tutto intorno la foresta. Costrinsero Lalain a sedersi, gli aprirono la bocca e ci versarono dentro un liquido bianco cremoso. Il professore smise di agitarsi poco dopo, mentre una donna con una maschera sul volto gli si avvicinava, gli slacciava i pantaloni e si sedeva su di lui. Vidi una vistosa erezione e lo stupro che ne seguì sotto gli occhi di tutti. Quella femmina si muoveva con ferocia, nera come una pantera. Era la prima volta che assistevo ad un amplesso tra un uomo e un animale.

Tremai quando vidi che dopo l’eiaculazione, la pantera alzò in aria un pugnale. Lo agitò sulla propria testa e si tagliò una ciocca di capelli. Un attimo dopo, era tutto finito. Lalain veniva trascinato nella sua capanna, drogato e mansueto.

Il rito si ripeté identico per quattro giorni ed ogni sera, dopo lo stupro, forse a causa di quella droga bianca che gli facevano assumere, sentivo Lalain farneticare. A volte urlava, a volte sembrava che parlasse da solo. Il quinto giorno, pensai che il poveretto fosse ormai diventato matto, mi portai le mani alle orecchie, non riuscivo più ad aspettare di conoscere la mia sorte. Urlai che mi venissero a prendere e finissero il lavoro che avevano cominciato. E poi eccoli anche nella mia capanna, mi trascinarono fuori, mi legarono le mani dietro la schiena. Finalmente ebbi la cognizione di dove mi trovassi, era proprio un gruppo di capanne in una radura in mezzo al verde selvaggio.

Camminammo per circa un quarto d’ora, poi il verde si aprì di nuovo, non riuscivo a credere a ciò che si presentò davanti ai miei occhi…

 

 

La chiesa di Chamula è un po’ come ognuno di noi, un microcosmo vagamente legittimo fatto di convenzioni e forme di adattamento, legittimo finché ne approviamo i codici, pronto a sgretolarsi di fronte a nuove esperienze per le quali non abbiamo anticorpi.

Dedico questo estratto a tutti gli uomini e le donne con ruoli istituzionali, perché veglino. Un pastore che non veglia il proprio gregge è destinato a perderlo e a perdersi.

(dalla rubrica La quarantena del rospo)

(Foto di Walkerssk da Pixabay)

 

2020-03-23T14:45:59+00:00 March 23rd, 2020|Letture dalla Palude|

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