“Fuori da me”, un racconto in cerca di editore

L'immagine della Bianca Regina dei Gigli

L’immagine della Bianca Regina dei Gigli

“Certe notti d’estate l’afa a Sabaudia è così insopportabile da costringerti a rimanere sveglio per ore, senza sapere cosa fare. Così mi capita di uscire a cercare un po’ d’aria, rimanere a piedi nudi sul prato bagnato al’ombra della luna, udire i grilli cantare, chiudere gli occhi, inspirare profondamente e sentirlo ancora, il profumo di gelsomino, odore d’infanzia, ricordo di Trapani”.

Inizia così FUORI DA ME, racconto intimo e appassionato che porta la firma della giovane pontina Iunia Valeria Saggese. Rita è una donna forte dal sangue del sud. L’infanzia trascorsa a Trapani la segna profondamente, i ricordi tornano a trovarla di tanto in tanto. Le parlano con la voce dei parenti che non ci sono più e le sembra di vivere in un tempo circolare dove tutto torna, nulla si perde. La sua vita è segnata anche dalla presenza costante della Provvidenza, finché una notte un sogno cambierà per sempre il suo destino. Rita scopre l’esistenza della Bianca Regina dei Gigli e dell’apostolato della Betania Mariana, così ne diventa messaggera a Sabaudia, dove abita, insieme all’amica Giusi. Da allora, infinite grazie e guarigioni dello spirito ne scaturiranno, motivo per il quale ella decide di lasciarne testimonianza e si rivolge a Iunia.

Un lungo racconto o romanzo breve, che dir si voglia, scritto qualche tempo fa, che l’autrice ha voluto condividere con noi in occasione dei ventidue anni dall’arrivo della Regina dei Gigli a Sabaudia, il prossimo 31 gennaio. Leggere FUORI DA ME vuol dire sfogliare pagine dense di emozioni e meraviglia, a testimonianza di come sia puntuale la presenza di Dio nella vita di ognuno di noi, ma per capirlo dobbiamo prima imparare a vedere con i suoi occhi.

Pubblichiamo un estratto del racconto, sperando di portargli fortuna e di trovarlo presto in libreria.

La prima volta della venerazione della Bianca Regina dei Gigli a Sabaudia

“Non avvertivo alcun dolore. Avvertivo invece una sensazione straordinaria, che non aveva niente a che fare con le sensazioni del quotidiano vivere. Mi sentivo cullata e avvolta in una pace rassicurante. Una presenza sconosciuta mi sosteneva. Cosa poteva essere se non ancora una volta la presenza di Dio? Di nuovo, inspiegabilmente, avvertivo profumo di gigli. Guarii completamente e alla vigilia dell’Immacolata tornai a casa. Dio è conoscibile per mezzo della ragione? Sì, è così. Nella mia classe di catechismo, Giulia, nove anni, ci è arrivata per logica.

‘Maestra, se Dio esisteva prima dell’uomo vuol dire che Lui l’ha creato. Infatti, chi ha creato me? Mamma e papà. E perché? Perché esistevano prima di me’.

Giulia ha elaborato il concetto di origine: quello che sono deriva da altro, quell’altro deriva da altro ancora e così via, indietro nel tempo, fino al Big Bang e prima di quello. Cosa c’è prima di tutto ciò che è stato spiegato? Quella sera, dopo il catechismo, ne parlai con i miei figli e scoprii che anche loro la pensavano come Giulia.

Tempo dopo, in un pomeriggio d’agosto, Laura mi presentò Tina. Era una signora di Napoli venuta a fare la villeggiatura a Sabaudia. Iniziammo a parlare di impegni e reciproci interessi.

‘Ma tu che sei un’anima mariana -esclamò Tina- devi venire a San Giorgio a Cremano!’.

‘Perché, che c’è a San Giorgio?’ chiesi io.

‘C’è un Tempio meraviglioso dedicato alla Madonna. La Regina dei Gigli. Un tempio unico al mondo’. Tina proseguì raccontandomi dell’origine e del significato del titolo, Regina dei Gigli, e di tutte le persone che andavano in pellegrinaggio. ‘E’ così bella Rita, la devi vedere. Anche io ne sono venuta a conoscenza così, me ne hanno parlato’.

Guardai l’orologio, si era fatto tardi. Salutai Laura e Tina.

Regina dei Gigli, non ne avevo proprio mai sentito parlare.

Tornò l’inverno. E quando il freddo umido forma le gocciole sui vetri appannati dal calore di casa, mi viene voglia di dolci di martorana. Così mi metto in sala, davanti al fuoco, ascolto la musica e preparo il marzapane. Canto sottovoce perché mi sembra che vengano meglio e penso inevitabilmente a mia nonna, quando i dolci di martorana li faceva lei e io piccolina la guardavo. Aveva un grembiule con delle rose disegnate sopra e mentre pestava le mandorle nel mortaio, il busto s’agitava e pareva che dalle rose cascassero petali. “Vedi Rita, così devi fare, pestare bene bene le mandorle. Guarda annonna guarda, poi aggiungi man mano lo zucchero”. Il profumo di marzapane si legava all’odore di castagno e lavanda che veniva dalla credenza aperta accanto al tavolo, riscaldata dal camino. Soltanto d’inverno nonna faceva i dolci di martorana. Forse è per questo che succede così anche a me. Il profumo di marzapane è legato agli odori e ai colori invernali. Come si fa a slegare un profumo dal suo contesto? Non si può. Ma il vero piacere è mangiarli … è proprio così, quando canto riescono meglio. Ci pensa la primavera poi, ogni anno, a portar via il profumo di marzapane riempiendo l’aria di tanti altri odori: di fiori, di mare e di lago.

Un sabato pomeriggio di marzo, andammo a pranzare nel bosco io, Dante e i bambini. Tutto quel verde sparso e arrangiato liberamente qua e là mi attirava come la luna con le maree. Lasciai i ragazzi con mio marito nella piazzola dei picnic e incominciai a camminare per il sentiero segnato, superando tronchi forti svettanti e tronchi deboli caduti. Annusavo profumo di cortecce, muschio e pinoli e mi sentivo piena di energia. Le mie gambe come radici attingevano linfa dalla terra. Passo dopo passo, l’energia rimbalzava dalle gambe alle braccia alla testa, finché non mi sentii all’improvviso stanca. La terra stava dando o prendendo da me? L’orizzonte si infittì, l’aria pesava di un silenzio lugubre e fremo, retaggio della palude. Pensai alla bonifica, alla palude putrida e malsana che è fotografata nei libri, alle facce dei tanti coloni che si ammalarono e morirono. A quella di Mussolini, che progettando le città del fascio si accingeva a cambiare per sempre la geografia di questi luoghi. Una raffica di vento freddo alzò un alto mulinello di foglie e in lontananza udii il primo tuono. Come Alice nel paese delle meraviglie, corsi con la testa nelle spalle tra foglie volanti e vortici d’aria per uscire dal bosco, mentre i tuoni si facevano più vicini. Dante aveva messo via tutto e si avviava alla macchina con i ragazzi, voltandosi di tanto in tanto a cercarmi con lo sguardo. Lo raggiunsi e lo baciai sotto la prima goccia d’acqua.

L’autrice Iunia Valeria Saggese

Quando penso a me e Dante penso ad una barca sul mare.  Alle volte io sono la barca e lui è il mare, alle volte è il contrario. La barca sceglie la direzione, il mare la sostiene. E’ così che navighiamo, l’uno accanto all’altro, da quando ci siamo scelti o forse dovrei dire da quando Lui ci ha scelti. La vita non ha senso se non nell’ottica di Dio. Ognuno di noi ha una missione e dei talenti per compierla. Ogni talento inespresso è una grazia mancata. Solo coltivando i talenti si può comprendere la propria missione e si può essere felici. Certo, anche chi non crede che questo percorso venga da Dio ma lo compie ugualmente, per via logica, compie la volontà di Dio ma sarà veramente felice? La fede è una grazia che può ricevere chiunque, se domandata con umiltà. Conosco una storia, che mi raccontava mia madre quando ero piccola. La storia del fuochista, un ragazzo muto che aveva perso i genitori e aveva imparato il mestiere dal nonno,  che poi all’età di ottantatre anni lo aveva lasciato. Il fuochista sparava a tutte le feste di Trapani e dei paesi vicini ma la sua festa preferita era quella di Ferragosto. Il quindici di agosto sparava i fuochi più belli e chiassosi e poi se stava tutta la notte da solo vicino alle micce consumate, ad aspettare una risposta, la risposta di Dio. Sparava più forte che poteva per farsi sentire e chi lo sa quello che il Signore gli rispondeva. Fatto sta che lui aspettava tutte le feste come un bambino che aspetta un bacio dalla sua mamma. E alla fine della storia, mamma mi baciava sempre. Non è forse questa la storia di ognuno di noi? Quanto baccano facciamo ogni giorno per ricevere un bacio da Dio? Il fuochista muto è la metafora di ogni uomo che tende istintivamente all’Infinito”.

Nota dei diari: Ringraziamo Iunia per avere scelto il nostro blog affidandoci un estratto del suo racconto davvero denso di significati, emozionante e carico di una forza “altra”. Il nostro auspicio è che la pagina possa contribuire a trovare un editore, questo è uno degli obiettivi del blog che sempre cerca di promuovere gli autori emergenti. Uno spazio aperto a tutti e gratuito come la cultura sempre dovrebbe essere.

 

2020-01-30T17:40:26+00:00 January 30th, 2020|Calderone|

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